L’usignolo dell’imperatore
Nell’antica Cina c’erano tante cose meravigliose ma, secondo il giudizio concorde dei visitatori, ce n’era una più bella di tutte le altre: il canto dell’usignolo che si sentiva nella foresta.
L’imperatore venne a saperlo e mandò a cercare l’uccello, che non aveva ancora mai udito. Fu molto deluso vedendo un animale un po’ bruno, un po’ grigio, dall’aspetto abbastanza comune. Ma quando lo ascoltò cantare si sciolse in lacrime di commozione. Per l’usignolo questa fu la migliore ricompensa, l’onore più grande che avrebbe potuto desiderare.
Tempo dopo, l’imperatore ricevette in dono un altro usignolo. Questo era molto più sfarzoso, con le piume di tutti i colori, tempestate di pietre preziose. Era meccanico, naturalmente, e cantava grazie a un congegno nascosto nell’interno, e aveva molti vantaggi rispetto all’usignolo vero: per esempio non c’era bisogno di fargli la guardia perché non scappasse, cantava ciò che si voleva ascoltare, e soltanto quando gli si caricava la molla. Per farla breve, l’usignolo meccanico divenne l’idolo di tutta la corte, mentre l’usignolo vero venne addirittura cacciato via.
Passò qualche mese e l’usignolo meccanico non cantò più: gli si era rotta la molla e nessuno fu in grado di ripararla. Ma l’imperatore si era talmente abituato ad addormentarsi con quella musica incantevole che non riuscì più a dormire e si ammalò talmente tanto che i medici dissero che non sarebbe arrivato all’indomani.
Ma quando fu notte giunse l’usignolo vero, che non aveva scordato le lacrime commosse della prima volta che aveva cantato davanti all’imperatore. Mosso da compassione cantò ancora per tutta la notte e l’imperatore si addormentò. Al mattino i medici lo trovarono vispo e allegro.
(H.C. Andersen)
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